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La Lama non sia l’ultimo scippo o l’ultimo suicidio PDF Stampa E-mail
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Scritto da Angelo Di Summa   
Mercoledì 01 Febbraio 2012 10:56

Il Parco delle lame San Giorgio e Giotta, al di là delle sacrosante esigenze di tutela paesaggistica e ambientale, è probabilmente l’ultima occasione che si offre al nostro paese di avere una identità e una riconoscibilità o, se si preferisce, una vocazione che non sia quella di essere una grigia periferia del capoluogo onnivoro (e finanche capace di piangere, come ha fatto sabato scorso la Maugeri, lamentando che Bari riceva solo merda dai comuni vicini).
Sottovalutare questo aspetto significa perdere una possibilità storica e assumersi una responsabilità di cui dovremo rendere conto alle future generazioni.
Come in tutti i momenti di svolta, la sfida è tra guardare lontano e essere miopi, magari per star lì a strappare qualche metro quadrato alla perimetrazione, in nome di interessi particolari o  comunque definiti, o, peggio, per qualche strizzata d’occhio al potente sindaco e signore di Bari o al lider maximo della Regione, in nome di qualche affinità ideologica.

La debolezza e l’insensibilità finora dimostrata da Triggiano, per esempio, nei confronti del problema dello scarico a cielo aperto delle acque reflue del Comune di Sammichele (una battaglia che solo il Comune di Rutigliano sta combattendo con energia e propositività e se troverà una soluzione sarà solo merito suo) è segnale estremamente preoccupante di una assoluta mancanza di prospettiva strategica e non sul futuro della Lama, ma su quello stesso del nostro paese. Il tema, pensate, non è mai approdato nemmeno in Consiglio comunale (dove pure le chiacchiere non mancano) e non si capisce in nome di quale “prudenza” suicida.
Triggiano ha perso già da lungo tempo la sua vocazione industriale e produttiva. Oggi ci restano l’olio e il pane, ma anche qui gli sforzi per una valorizzazione certificata, per quanto meritori, sono solo allo stadio iniziale.
Il terziario, a parte qualche raro esempio tipo Bariblù o Kendro, è a livelli meramente autarchici. L’ospedale assomiglia ogni giorno di più ad una cattedrale nel deserto.
A livello logistico la collocazione mediana tra gli assi stradali Bari-Taranto e Bari-Brindisi ci penalizza, né ci sono al momento progetti che possano capovolgere in risorsa questa realtà.
L’area metropolitana ci periferizza sempre più, anche perché è mancata finora ogni capacità strategica e progettuale da contrapporre allo sviluppo squilibrato del capoluogo. Peggio. In cambio di qualche scampolo di opere pubbliche o di una stanzioncina che non servirà a nessuno, abbiamo subìto progetti (peraltro scandalosamente costosi in tempi di crisi), come lo spostamento verso Triggiano della statale 16 sud e della ferrovia Bari-Lecce, che avranno l’unico effetto di sviluppare l’impetuosa crescita edilizia di Bari sulla fascia costiera verso sud, interrompendo in maniera finale e definitiva il rapporto di Triggiano con il mare, anzi creando una vera e propria barriera di separazione. E sarà l’ennesima vocazione definitivamente sepolta.
Senza dire che quegli spostamenti saranno ulteriori colpi inferti alla lama.
D’altronde, sempre in tema di sbocco verso il mare, c’aveva già pensato Triggiano a suicidarsi consentendo senza batter ciglio che il suo Piano Regolatore prevedesse quel canale territoriale, utile solo a Noicattaro e a chi ha visto avvicinare al centro urbano quegli indici di edificazione.
Del resto tutto il nostro PRG, dal punto di vista vocazionale, è un disastro, visto che ci lascia solo la vocazione del dormitorio.
Ci resta solo la lama. Ed è vero che lama San Giorgio si sviluppa lungo i territori di più Comuni, ma il tratto triggianese è di gran lunga quello più bello paesaggisticamente e naturalisticamente, quello dove meglio di potrebbero concentrare gli interventi di rinaturalizzazione, di riqualificazione e di ricostruzione dell’ambiente umido di cui parlava l’assessore regionale Barbanente, con tutte le possibili ricadute anche di tipo turistico.
Ma chi si fa carico di tutto ciò? Chi ha lasciato solo il Comune di Rutigliano nella battaglia contro lo scolo fognario a cielo aperto?  Oppure veramente si pensa che quel canale cementificato sul fondo della lama sia compatibile con quel parco che da 15 anni non riusciamo  a far decollare? Siamo al punto che resta solo da sperare nei tavoli. Ma chi si siederà ad essi per Triggiano e per dire cosa?
Triggiano, come comunità autonoma e identitaria, rischia di scomparire e che fa la sua classe politica, cosa fanno i partiti (a parte la lodevole presa di posizione della FdS) e i movimenti? Dov’erano l’una e gli altri sabato scorso, dove nessuno è riuscito a capire da che parte stava Triggiano, che pure aveva organizzato la tavola rotonda?
Ma nessuna paura, cari triggianesi: stanno tornando le lottizzazioni! Alleluja, alleluja.


 

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