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Medico e politico. Oncologo e ematologo di grande valore e, oggi, consigliere della Regione Puglia. Stiamo parlando di Giammarco Surico, 52 anni, coniugato con tre figli, primario di oncologia all’Ospedale “V. Fazzi” di Lecce, in aspettativa per mandato elettorale. Nel 2002 dalla Harward University gli è stato conferito un premio internazionale quale "Eminent Scientist of the Year & Outstanding Scholar of the Year 2001" per le sue ricerche in campo leucemico, dei tumori solidi e, soprattutto, in quello delle istiocitosi a cellule di Langerhans, una malattia rara per la cui cura oggi non si può prescindere dalle sue ricerche. Viene spontaneo chiedersi come mai uno scienziato di questo livello, ad un certo punto, decide di darsi alla vita politica. E in effetti glielo chiedo. “È stato Raffaele Fitto nel 2005 a chiedermi di dare un contributo alla organizzazione sanitaria di questa regione. Venivamo da un grande lavoro comune, quando lui era presidente, nel campo delle iniziative umanitarie in favore di bambini albanesi e non solo”.
Il riferimento è al Progetto Sanità Solidale, che vide, nei giorni dell’emergenza immigratoria, la Puglia in primo piano nell’assistenza, soprattutto oncologica, nei confronti dei minori, moltissimi albanesi ma anche rumeni. Il Progetto, del Ministero degli Esteri, fu coordinato proprio da Fitto e da Giammarco Surico. “In quell’occasione – ricorda Surico – solo nella mia struttura ho curato, ovviamente gratis, oltre 150 bambini affetti da leucemie e tumori infantili”. Da qui l’invito di Fitto, che si era ricandidato alla presidenza, a dare una mano per migliorare la nostra sanità. La mancata rielezione di Fitto ha spinto Giammarco Surico in un ruolo di opposizione, sempre condotto con un occhio speciale per le problematiche relative ai diritto della salute. Ovviamente, gli dico, è da mettere nel conto che, in caso di vittoria del centrodestra, ti si aprirebbero prospettive di rilievo nella gestione delle politiche sanitarie pugliesi. Giammarco si limita a sorridere. Ma come è stata la tua esperienza in questi cinque anni? “Entusiasmante. Ho avuto la fortuna di lavorare con persone come Rocco Palese, una persona umile ma di grande caratura culturale e soprattutto di grande competenza tecnica”. E sullo specifico delle politiche sanitarie, qual è il tuo punto di vista? “Il nostro ruolo qui è stato quello di denunciare da sempre le storture e gli errori macroscopici del Governo Vendola: parlo di denunce sul piano tecnico e propositivo, non di denunce generiche. Purtroppo non siamo stati ascoltati ed oggi il sistema sanitario pugliese è totalmente imploso e fuori registro. Un vero fallimento”. In che termini? “Con il governo Fitto, sia pure con gravi sacrifici da parte di tutti, si era riusciti a stabilizzare la situazione finanziaria. Oggi, dopo cinque anni di totale mancanza di ogni strategia sanitaria, il deficit del bilancio sanitario è esploso. Del resto già nel 2007 il loro stesso assessore al bilancio, Saponaro, aveva denunciato l’aumento forsennato della spesa e l’acquisizione non giustificata di beni e consumi”. Si poteva evitare tutto ciò? “La scelta che, a mio avviso, ha messo completamente fuori controllo i meccanismi, è stata quella di unificare le ASL. L’idea poteva anche essere buona, ma l’operazione è stata fatta in maniera scellerata e in maniera da dover fallire. Infatti si è proceduto al di là di ogni studio di fattibilità e senza preoccuparsi di sostenere la riforma con un adeguato impianto organizzativo e burocratico di riferimento. Così anche i centri di spesa sono rimasti gli stessi. Anzi, nel concretare i poteri di controllo nelle mani di una sola persona, si è fatto in modo che gli stessi non potessero funzionare. Pensiamo alle ASL della nostra provincia. Di fatto, invece di un corretto e pianificato processo di unificazione, si sono solo accorpate tre ASL alla BA/4, una struttura già di per sé problematica, affidando ad una sola persona il compito impossibile di coordinare un territorio di 1.350.000 abitanti con ben 17 strutture ospedaliere”. Invece? “Invece bisognava preoccuparsi di mettere in essere in parallelo strumenti di garanzia e di controlli. Noi abbiamo sempre proposto meccanismi di centralizzazione della spesa, degli appalti, dei concorsi, un osservatorio dei prezzi, un controllo serio sulle prescrizioni. Invece si è lasciato il tutto senza la minima possibilità di controllare alcunché, con le conseguenze che stiamo vedendo. Noi siamo garantisti per nostra cultura, ma ben dieci indagini giudiziarie quanto meno significano che c’è un malcostume diffuso. Ma tutti gli indicatori sono in direzione di un fallimento colossale. Un debito di oltre 2 miliardi e mezzo di euro certificato dalla Corte dei Conti non è un giudizio politico: è un fatto. Così come lo è il rapporto del CERN che colloca la Sanità pugliese al penultimo posto in Italia sia per la spesa fuori controllo che per la scarsezza dell’offerta di salute”. Si può dire che è mancata la programmazione? “Il Governo Vendola è stato ben quattro anni senza riuscire a tirar fuori un Piano sanitario adeguato e quando l’ha fatto, in extremis, ha riportato la medicina indietro di venti anni, con la medicina di primo, di secondo e di terzo livello. Occorreva mettere mani al riordino ospedaliero, da un lato centralizzando le scelte programmatorie, dall’altro tenendo conto le esigenze del territorio, ma studiate scientificamente sulla base di una accurata analisi dei fabbisogni. Invece si è data carta bianca ai direttori generali e si sono favorite scelte di tipo clientelare. Le stesse logiche di finanziamenti a pioggia, clientelari e fuori da ogni reale programmazione, sono state seguite in direzione dei privati. Si è fatta una politica di accreditamenti del tutto occasionale e tesa a favorire gli amici”. Vendola in TV ha sostenuto che la sanità è una sistema di scatole cinesi, difficile da poter controllare. “Se mai questa complessità è proprio il frutto della mancanza di programmazione addebitabile al suo Governo e a lui. Comunque Vendola non poteva non sapere, nel momento in cui la Giunta assumeva le decisioni che facevano crescere indiscriminatamente la spesa, disponeva finanziamenti verso strutture inefficaci e pericolose e settori di cui non c’era alcun bisogno reale. Il suo è stato un fallimento reale. E non parliamo solo di sanità. Possiamo parlare di agricoltura, dove non è stato attivato alcun processo di controllo dell’autenticità del prodotto e, soprattutto, non sono state incentivate le politiche in associazionismo. Le cooperative in Puglia sono al 24% contro il 75% delle regioni del nord. Il discorso vale per l’ambiente dove s’è fatta solo demagogia sulle energie alternative, ma si sono solo aumentate le discariche non realizzando termovalorizzatori. Non sono stati utilizzati i fondi FAS e così via”. Torniamo alla sanità. Penso che tu abbia avuto modi di avere contezza ad esempio della battaglia di Triggiano per la valorizzazione dell’ospedale Fallacara. “Certo. Queste crisi locali, a mio avviso, si determinano proprio perché le scelte non sono fondate su una accurata valutazione dei fabbisogni e una programmazione seria dei processi di integrazione con l’ospedale di riferimento. Così ha poco senso rivendicare genericamente un reparto chirurgico se si prescinde dai requisiti di sicurezza e garanzia previsti dai moderni standard diagnostici e terapeutici, da una diagnostica precoce e flessibile, da una cardiologia h24 e così via. Altrimenti chi andrebbe mai ad operarsi in reparti privi delle necessarie garanzie? Pensa che lo stesso Di Venere è tuttora sprovvisto di angioplastica primaria. Questa non è medicina moderna. Medicina moderna è certo quella di decongestionare gli ospedali di riferimento, ma anche quella di potenziare la diagnostica di primo e di secondo livello. E se si affrontano i problemi su questa base di scientificità programmatoria e vocazionale, la gente capisce. Altrimenti ci si prende in giro e si fa demagogia e, soprattutto, si continuano a spendere soldi pubblici per strutture inutili e pericolose”. Ma, alla fine, c’è una ricetta? “A mio avviso, è un problema di scelte e, quindi, di chi è chiamato a scegliere. Per questo ritengo che la prima necessità è quella di poter contare su una classe dirigente onesta e preparata, in grado di per fronteggiare le emergenze di questa regione. Il discorso vale anche e soprattutto per Bari, che oggi ha urgente bisogno di una classe politica capace di dare tutte le garanzie al territorio e alle sue esigenze”.
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