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Il triste autunno del politico magistrato PDF Stampa E-mail
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Scritto da Angelo Di Summa   
Mercoledì 21 Marzo 2012 09:53

“Folle”. Così il commissario straordinario della Fondazione Petruzzelli, Carlo Fuortes, ieri mattina ha definito in una sede ufficiale, quale la VI Commissione del Consiglio regionale pugliese, la gestione della stessa Fondazione, affidata alle “cure” clientelari di Michele Emiliano, sindaco di Bari e (già) autocandidatosi alla successione a Vendola alla guida della Regione.
Dove sarebbe la follia? Semplice: nell’aver speso infinitamente più delle risorse disponibili. Il risultato è un disavanzo da default: per il triennio 2009-2011 poco più di 8,5 milioni, tenendo conto che per l’anno scorso è stato approvato solo il preconsuntivo, a fronte di crediti per oltre tre milioni. 
Lasciamo la parola all’agenzia della Regione:
""Tra le motivazioni del disavanzo la decisione di procedere solo con nuove produzioni (scelta molto onerosa che non utilizza neanche la “Scala”), avendo a disposizione un laboratorio di costruzione delle scene di grande livello che, però, è anche molto costoso. Nonostante lo sforzo economico crescente dei soci fondatori (Regione, Provincia e Comune) – ha aggiunto Fuortes -  con una contribuzione che è passata dai 9 milioni del 2009 ai 12,5 del 2011, le spese hanno superate le entrate, con particolare riferimento a quelle per il personale il cui onere è lievitato nello stesso arco temporale da 3 a 7,5 milioni. Indispensabile, quindi, una ricapitalizzazione degli enti fondatori anche programmata, onde avere le possibilità di chiedere credito alle banche con costi sostenibili"".

Il danno per l’Erario è evidente e non dobbiamo dimenticare che incombe ancora l’ombra del conflitto, non chiuso, con la proprietà privata del teatro; conflitto al quale Vendola (egli stesso Gran Maestro di spese clientelari e di saccheggio dei bilanci), smessi i panni di moderno pifferaio, anche perché ormai sono sempre più quelli che si sono convinti che la musica, per quanto inizialmente gradevole, è poi sempre  la stessa,  cerca una soluzione facendo ricorso allo statalismo di marca sovietica, invocando una legge nazionale di esproprio, in un tentativo assurdo di scaricare sulle casse romane le demagogiche (a suo tempo strombazzate) scelte tutte baresi.
Per non tacere che è ancora appesa la questione dei risarcimenti ai proprietari di Punta Perotti: un quadro di gestione del Comune non certo confortante.
A completare il tutto, lo scenario dell’inchiesta Degennaro, con gli arresti di politici e funzionari comunali, il profumo di paccate di cozze ostriche e saraghi, gli appartamenti destinati alle forze dell’ordine rivenduti a prezzi di favore a politici e figli di magistrati e con Emiliano impegnato nella parte di chi non sapeva cose che avvenivano a pochi centimetri da lui e che, quindi, o non poteva non sapere o che, in ogni caso, avrebbe dovuto sapere. (Nemmeno Vendola sapeva quel che facevano Tedesco o Frisullo: forse dovremmo sceglierci politici meno distratti!)
Comunque vada a finire, è una pagina che si chiude e si chiude con un fallimento. E’ il fallimento di una politica, ma soprattutto è il fallimento del “modello Bari” (o forse dovremmo parlare di “modello Puglia”), quello che a sinistra fu definito “primavera”, ma che, più in generale, racconta di una forma di rampantismo politico e di mix corruttivo tra politica e affari. Non dimentichiamo che il “caso Degennaro” fa seguito al “caso Tarantini” e al “caso Tedesco”: troppo per non parlare in qualche modo di  “sistema”.
Un sistema che ha profondamente coinvolto il PD: un partito che faceva eleggere al Senato Tedesco, bruciava Boccia sull’altare di Primarie a misura di franchi tiratori interni (premiati con incarichi assessorili alla Regione), nominava vicepresidente della Regione Frisullo, candidava in Regione Degennaro.
Ora, capiamo, ma non giustifichiamo, la real politik di Bersani che invita Emiliano a togliere i peli dalle cozze e andare avanti: salvare il salvabile di un personaggio, che ormai vede già la fine del suo sogno di presidente regionale, può essere un tentativo di evitare il peggio, ma puzza terribilmente di difesa di casta.
Ma ben altri gesti ed altri impegni attendono il PD pugliese, chiamato ad una profonda e radicale opera di rifondazione. Gli elettori non si accontenteranno certo di raccogliere i peli delle cozze. Gli elettori vorranno vedere –e presto- gesti concreti e facce nuove e credibili: dell’esistente, caro Bersani, c’è pochissimo da salvare. E qualche dimissione o qualche commissariamento non sarebbero sbagliati e forse sarebbero esemplari.
Infine una annotazione: questo terribile “autunno” del PD ha pure drammaticamente messo con le spalle al muro  la vocazione (o, meglio, la malattia esantematica) del PD di essere il partito che “delega” la politica e l’azione di governo ad esponenti della magistratura inquirente: una vocazione nata con la rivendicazione dell’eredità di Tangentopoli e con l’infausto tentativo dalemiano di appropriarsi di Di Pietro e del suo populismo e che portò anche alla costruzione a Bari del personaggio Emiliano, quasi che solo i magistrati delle procure o, come nel recente caso di Palermo, i loro congiunti, potessero rappresentare, a livello simbolico, l’esigenza di eticità della politica.
Le deleghe, invece, se lì per lì possono tornare utili a coprire un vuoto  politico (a questo scopo è servito fino a ieri pure l’antiberlusconismo), alla fine producono mostri, politicamente parlando; producono leader dalla smisurata autoreferenzialità (mi pare proprio il caso di Bari e di Emiliano, ed è significativa  la sua idea di lanciare una lista civica nazionale pur rimanendo nel PD), con l’effetto che da un lato i partiti rimangono in stato di perenne minorità e, dall’altro, la magistratura inquirente tende a politicizzarsi in maniera impropria, nella prospettiva di influire sulle scelte politiche o addirittura di sostituirsi ai politici.
La società è invece cambiata e la crisi che ha portato al Governo Monti ha dimostrato quanto, rispetto a questa società, i partiti siano diventati marginali e per nulla rappresentativi se non di sé stessi.
E allora è tempo invece che il PD (e non solo lui) ricominci a riprendersi la funzione propria di un partito vero: luogo di aggregazione, di dibattito, di proposta, di formazione, di rappresentanza sociale e faccia nascere da questo suo essere una nuova classe politica “sua”, cioè fortemente identitaria rispetto ai valori e ai programmi del partito,  da candidare alla guida delle istituzioni.
I “personaggi” alla Emiliano sono la patologia di una politica fondata sui partiti, rappresentandone, al massimo, la soffocante scorciatoia peronista, sia pure in indigesto sugo alle cozze.


 

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