Ti trovi in: Home Idee Proposte per il Dibattito Con Monti la politica va in soffitta
Con Monti la politica va in soffitta PDF Stampa E-mail
Valutazione attuale: / 4
ScarsoOttimo 
Scritto da Rocco Di Gioia   
Venerdì 18 Novembre 2011 15:18

Riceviamo e pubblichiamo.
Non credo che la tecnocrazia sia in grado di risolvere politicamente le questioni economiche di un paese e questo perché la politica è qualcosa di più di una equazione economica o matematica. La matematica è una scienza astratta, paradiso della fantasia, dove ci si può muovere in perfetta libertà di pensiero, dando sfogo a tutta la nostra creatività. La politica è una scienza astratta anch’essa, ma è una scienza che poggia sui fatti … in sintesi deve fare i conti con la realtà. Anche l’economia deve fare i conti con la realtà ma è più libera della politica, è a metà strada tra la matematica e la politica.
L’economia estrapola le sue leggi dalla realtà ed indica i comportamento economici corretti da seguire affinché si possa produrre più sviluppo e più ricchezza. Ha come vincoli soltanto le condizioni iniziali e i modelli matematici che esibisce, ma è libera, una volta fissate le condizioni iniziali, di intervenire nella realtà, combinando a suo piacimento i modelli e le equazioni matematiche del proprio sistema teorico.
La politica invece è qualcosa di più complesso perché utilizza sistemi che incorporano l’economia.
Hegel, nel suo lavoro “Lineamenti della filosofia del diritto” parlava dello Stato in quanto “interesse generale” … parlava cioè di quell’interesse che costituisce il cosiddetto “Bene comune”, fatto di atti e di azioni che premiano e ricadono favorevolmente su tutti i cittadini.

Hegel differenziava il borghese dal cittadino e metteva in evidenza come nella società politica il borghese deve cedere il passo al cittadino. Il borghese deve dimenticare e mettere da parte i propri interessi particolari derivanti dalla sua condizione economica, nel momento in cui entra a far parte della società politica, nel momento in cui le decisioni devono essere prese tutelando il bene comune, in quanto l’interesse pubblico è l’interesse di tutti i cittadini e non di questo o quello in particolare.
Solo pochi anni dopo Marx nei suoi due lavori “La questione ebraica” e “Critica alla filosofia del diritto di Hegel” metteva in evidenza come non sia possibile per il borghese (sia esso imprenditore, operaio, professionista, impiegato, commerciante) spogliarsi di tutte le sue particolarità per purificarsi nell’interesse generale e trasformarsi in cittadino. Marx aveva a cuore il mondo borghese, in quanto riteneva che esso esprimesse la vitalità della società e per questo ne rivendicava la sua centralità. Per Marx negare la specificità del borghese a vantaggio del cittadino significava annientare ogni sua particolarità e pulsazione. La politica o l’interesse generale diventava per questo un’astrazione … una equazione di matematica pura per intenderci … una spogliazione dell’individualità che non poteva trovare riscontro nella realtà. Per Marx la politica era qualcosa di più dell’economia perché raccontava la vita … l’economia invece era soltanto il prodotto della vita raccontata.
Non sono marxista ma ho interesse a mettere in evidenza una verità tirata fuori dalla mente di Marx e cioè che la politica è conflitto sociale, che si risolve si attraverso lo Stato … ma, al contrario di quel che sosteneva Hegel, la sua risoluzione non avviene tramite la catarsi del borghese nel cittadino ma attraverso la composizione entro lo Stato di alleanze tra interessi distinti. Lo Stato è la continuazione della società civile per impedire che questa deflagri se lasciata a sé stessa. Le alleanze, infatti, hanno lo scopo di unificare più interessi contro altri interessi per fare in modo che i conflitti vengano governati, per smussarne le asperità e legittimare il governo di quelle classi sociali meglio organizzate che sono riuscite a formulare una maggioranza e quindi sono legittimate a fissare le leggi e dare una rotta all’agire sociale. Il termine politica deriva infatti dal greco “polemos” che significa conflitto, Polemos era anche il demone della guerra civile.
Marx parla infatti dello Stato borghese in quanto Stato governato dalla borghesia attraverso una legittimazione attorno ad interessi che non sono “generali” ma attinenti a specifiche classi sociali. Egli aveva letto Machiavelli e sapeva benissimo che il consenso e la legittimazione politica sono ottenuti, non in virtù di una spogliazione degli interessi privati, ma grazie ad una loro aggregazione. La politica non ha infatti alcunché di nobile ma è soltanto risoluzione apparente di conflitti in quanto privilegia il vincitore, cioè la classe egemone che è riuscita a coagulare attorno a sé il consenso di altre classi. La politica fortifica l’affermazione di interessi particolari non li dissolve. L’economia per questo è un’ancella della politica, non può governare la politica nella stessa misura in cui l’astratto non può eliminare il concreto ma può soltanto trarre linfa da esso in quanto esiste soltanto per questo.
Ecco è ciò che è vivo del pensiero di Marx oggi. Le democrazie occidentali funzionano infatti a questa maniera. Non è l’economia a guidarle … non sono i tecnocrati a stabilire le ricette economiche, come per le società collettivistiche della trascorsa stagione del socialismo reale, ma sono le maggioranze sancite dalle elezioni in quanto legittimate dalla coagulazione di interessi parziali e distinti, interessi che si affermano non come verità sacrosante ma in quanto semplici maggioranze aggregate attorno ad un progetto. La tecnocrazia invece è la subordinazione di ogni volontà a ciò che è sancito come verità da minoranze illuminate ed autoritarie…sprezzanti della democrazia ed hegelianamente libere di giostrare tra le fantasie della matematica.
In che cosa si differenzia invece la politica dall’economia? Se l’economia è una funzione matematica, la politica è una funzione di funzioni. Ogni sua variabile economica inclusa in un progetto di sistema è individuabile come funzione di una variabile politica coagulata attorno ad interessi e progetti. È costituita da variabili matematiche di tipo economico, ciascuna delle quali a sua volta costituita da una complessità di variabili politiche attinenti agli interessi di ciascun gruppo od agglomerato sociale. In altri termini se l’economia utilizza variabili come tasso di interesse, tasso di occupazione, rapporto di cambio, tasso di inflazione, aliquota fiscale ecc e funzioni e modelli per conseguire l’equilibrio generale e quindi condizioni ottimali di crescita e stabilità, è necessario che a ciascuna delle variabili utilizzate venga associata una gamma di sottovariabili, ciascuna afferente al peso e ricaduta economica dell’impiego della variabile stessa all’interno di ciascuna gruppo sociale presente nell’arena competitiva.
La verità dell’economia è lo sviluppo e l’equilibrio … la verità della politica è il consenso e la legittimazione acquisita per definire gli obiettivi ed il percorso dello sviluppo. Le verità dell’economia sono rilevate dai risultati dell’applicazione di teorie differenti. Le verità della politica sono rilevate dai risultati delle libere elezioni. 
Se per ottenere il pareggio di bilancio si deve decidere tra due opzioni alternative come ridurre la spesa pubblica o aumentare le imposte, ciascuna delle due soluzioni accontenterà alcuni mentre scontenterà altri. Certamente esisterà una soluzione tecnica al quesito, una soluzione cioè che genererà ricadute positive su molti o sulla maggioranza … ma chi può dire se quella scelta in base a considerazioni tecniche derivanti da una teoria e definita come soluzione ottimale sia realmente la più efficace? Non i tecnici sia perché su una stessa questione le scuole scientifiche si contraddicono a vicenda e sia perché una teoria non può auto certificarsi come vera perché la realtà è più complessa della teoria. Per poterlo appurare dovremmo verificare ciascuna delle soluzioni messe in campo. Ma i tecnocrati ne adotteranno soltanto una e quindi non potremo mai sapere se quella adottata sia la migliore. Inoltre un errore teorico o di valutazione genererebbe ricadute negative su molti e la società civile intera sarebbe costretta a subire eventi nefasti senza averli decisi. Una società libera invece è una società che dà consapevolezza alle sue scelte … una società che sceglie anche se sbaglia.
La tecnocrazia, quindi, oltre a non essere garanzia di soluzione, è annientamento della volontà popolare è volontà imposta e per questo sa di autoritarismo.
Traducendo in linguaggio matematico il tutto avremo che: poiché la tecnocrazia sostiene di utilizzare soltanto variabili impolitiche, ne deriva che la politica ne subisce un’amputazione integrale e si inviluppa in un assurdo … ovvero deve imbeversi di impolitica per potersi esibire come politica. Un bel rompicapo!
È bene invece che la società si interroghi sul presente, rifletta sul proprio futuro e quindi scelga il modello che ritiene più appropriato alla sua cultura ed ai propri progetti. È bene che la società cresca … che ridefinisca dal suo interno il suo modo di interpretare il mondo e di agire nel mondo  … è bene che la società ritrovi il gusto di creare il nuovo investendo sulla propria capacità di riflettere sul presente sfidando l’ignoto… altrimenti regredirà allo stato di infantilismo. Soltanto in questo modo riusciamo a restituire decenza alla politica …ma questo purtroppo è avvenuto in tutte le democrazie europee (Spagna, Portogallo, Irlanda, Grecia) tranne che in Italia.


 

Commenti  

 
#3 ROCCO DI GIOIA 2011-11-21 18:03
Se assumiamo che il termine politica derivi dal termine polis (città) la nostra analisi si ferma qui e non riusciamo a rendere ragione del significato di polis (città). Se andiamo oltre questa analisi ed assumiamo che il termine polis (città) derivi da polus (molto/molti)dobbiamo spiegare perché il temine molti sia stato espresso dai Greci attraverso questa combinazione di fonemi.
Se andiamo alla radice del concetto “molti”, in generale “il molti” può indicare sia una collezione di oggetti omogenei sia una associazione di diversità. Il pensiero greco ha sempre interpretato il “molti” come altra parte “dell’uno” e “dell’indistint o”, ovvero come collezione di distinzioni e queste come entità in conflitto tra loro.
Parmenide enunciava, infatti, che l’Essere è una entità “unica” ovvero una “identità” in quanto priva di contraddittorie tà. Per Parmenide il pensiero è la sede dell’Essere” ed il pensiero in quanto "verità" deve essere unico altrimenti la verità non sarebbe possibile stabilirla. L’unità per Parmenide è una condizione priva di contraddittorie tà che invece appartiene al molteplice.
Eraclito, che si è occupato della struttura del reale, aveva una visione ancor più accentuata. Per Eraclito il contrasto appartiene al reale, un contrasto che vede gli elementi non solo in conflitto tra loro ma costretti a vivere in comunanza per potersi affermare come entità distinte. Il contrasto dunque esiste in quanto costituito di distinzioni e queste possono rilevarsi in quanto molteplicità, che a loro volta possono esistere soltanto se assiepate l’una all'altra. Il conflitto esiste dunque soltanto se vi è il molteplice ed il molteplice non è altro che conflitto.
Il termine conflitto (polemos) è dunque alla radice del termine molti (polus) che ha dunque per il pensiero classico una connotazione fortemente conflittuale da cui il termine polis(ambito di esistenza della molteplicità e dunque del conflitto).

P.S. Mi scuso se non ho usato i caratteri greci ma non sono stato in grado di farlo su questo spazio.
 
 
#2 AdmAngelo 2011-11-21 12:54
La domanda di fraven è “quasi” ovvia. Infatti comunemente, anzi quasi universalmente, così si ritiene. Eppure ricordo che, ai tempi dei miei ormai lontanissimi studi universitari, il mio docente di Storia delle dottrine politiche (di cui, ahimè, non ricordo più il nome) sosteneva che “politica” non derivasse dalla parola greca πόλίς (città, cioè Stato, visto che nell’accezione greca i due concetti coincidevano) ma dall’altra parola greca πoλύς (molto/molti), intendendosi quindi la politica non tanto come arte del governo dello Stato, ma arte del raggiungimento dell’interesse generale (dei più).
 
 
#1 fraven 2011-11-21 11:06
...ma il termine "politica" non deriva da "polis" (città)?
 

Non hai i permessi per aggiungere commenti.
I commenti possono essere inseriti solo dagli utenti registrati.
Per procedere con la registrazione clicca qui

Login

Inserisci nome utente e password per accedere. Poi click su accesso.

Dopo aver effettuato l'accesso potrai visualizzare | modificare il tuo profilo ed utilizzare tutte le funzionalità del sito riservate agli utenti registrati.

Promo Banner

Statistiche

Utenti : 392
Contenuti : 3939
Tot. visite contenuti : 1009266

Chi è on Line

Nessun Utente Collegato

Visitatori on Line

 12 visitatori online