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E venne l'epoca di Minguccio.
Il periodo dal '53 in poi è per me il più difficile da raccontare. È un periodo denso di avvenimenti, di rapide trasformazioni sociali, culturali e tecnologiche che non potranno non coinvolgere anche il cinema Imbriani. È il periodo che lo vede al punto del suo massimo splendore ma anche del suo lento ma inesorabile declino. Per questo cercherò di evitare la facile retorica familistica e quella dei bei tempi passati affidandomi alla memoria di ognuno che è poi la memoria di tutti. Alla morte nel '53 di don Cataldo, la gestione del Cinema passa a Domenico Andrea, Minguccio per tutti. Ma chi è Minguccio? È un uomo tenace e combattivo, ha poco più di 30 anni, è scapolo, ha fatto la guerra, quella vera, in Grecia, Albania, Creta.
È stato prigioniero e dopo l'8 settembre si trova in Iugoslavia dove, per salvarsi la pelle (l'alternativa era la fucilazione o una foiba) passa con i partigiani di Tito riuscendo avventurosamente a tornare a casa. Si sposta su un “mosquito”, un motorino applicato a una vecchia bicicletta, col quale va su e giù per Bari. Gira per agenzie cinematografiche di distribuzione, trasporta sul portabagagli posteriore i film (sulla canna me) che puntualmente ogni pomeriggio in cabina monta e smonta per la proiezione serale. (ah! Alfredo, un proiezionista vero non accumulerebbe spezzoni da regalare).
La concorrenza è forte, vera e ancora leale e lo spettatore ci guadagna. Infatti l'altra sala, “il Nuovo”, così la chiamammo, è più accogliente, comoda, ha una bella galleria, un ottimo sonoro. La programmazione è di qualità, il meglio delle sofisticate commedie americane del tempo, un po' snob ma non disdegna dignitosi film di cassetta. Ma Minguccio è uomo tenace e combattivo. Riesce a strappare, allora, un contrattone con la Titanus-Dear che gli dà in esclusiva tutta la trilogia sentimental-nazional-popolare di: “Catene”, “Tormento”, “I Figli di nessuno” oltre al serial “Pane, amore…eccetera”(Lollo-De Sica nei panni del Maresciallo Carotenuto) più un malloppone di film di Totò. Alla prima di “Catene” la fila di spettatori arriva al marciapiede di fronte. Si sbarra il portone della sala e si chiamano i carabinieri a riportare l'ordine. Si intima di abbandonare la sala a chi è riuscito a vedere il film almeno una volta. Le lacrime di commozione scorrono a fiumi tra scorze di nocelline e castagne lesse. Tutto qui? Macchè! Minguccio ha fatto il partigiano e va su e giù col “Mosquito”. Strappa un altro contrattone che gli dà in esclusiva tutta una serie di “pellicole” napoletane interpretate da Giacomo Rondinella, Maria Fiore e il cattivo di turno più una manciata di Luciano Tajoli. È un delirio di pubblico che va dal venerdì alla domenica. A gentile richiesta si replica il lunedì. Durante la settimana passa con nonchalance la migliore produzione italiana e non del tempo (da “Riso amaro” a “Senso” di Visconti) ma a “Stromboli” di Rossellini i soliti infreddoliti quattro.
Adesso Minguccio va su e giù su una sgangherata bellissima Topolino nera di seconda mano e si chiede come fare per aumentare la capienza di posti di questo pidocchietto di provincia. La tecnica si evolve e i costumi pure. Il vecchio Ernemann-Zeiss ha fatto il suo tempo. È il '55-‘56. In America si dice che abbiano sperimentato un nuovo sistema di proiezione. Si chiama Cinemascope. Negli ambienti delle agenzie qualcuno gli sussurra che “il Nuovo” se ne stia già attrezzando. Bisogna fare in fretta. Impresa ardua ma non per il partigiano dalla stella rossa. Un nuovo proiettore, questa volta italiano, un Prevost P.10 con lanterna maggiorata (per impiantarlo ci vollero due tecnici venuti da Milano), schermo gigante, sonoro stereo a 5 piste (3 frontali, 2 laterali per gli effetti. Nuove...poltrone(?) sempre scomode. E i posti? Semplice(??). Si abbatte... un muro e la vecchia sala d'aspetto diventa una nuova sala cinematografica parallela alla precedente. Due sale, due proiettori? No, ne basta uno. I tecnici milanesi fanno miracoli. Un prisma triangolare messo davanti all'obiettivo devia il fascio di luce di 90 gradi pur lasciando attraversare quello principale (ah! Alfredo con i tuoi specchietti da barba); un grosso specchio inclinato di 45 gradi devia il secondario parallelamente al principale. Una sorta di gioco di prestigio che i più non capiranno mai. Per l'inaugurazione un colossal della Fox, technicolor della De luxe, “La Tunica” con R. Burton nei panni del console Marcello che, ai piedi della Croce, vince ai dadi la tunica di Gesù. Pienoni ordinati e senza code questa volta. Qualche frate, più preti, tante le pie donne, tutta l'intellighenzia D.C., più defilata quella P.C.I. Alla sequenza iniziale della Crocifissione, i lampi e i tuoni degli effetti speciali sono talmente realistici che qualche spettatore chiede se all'esterno non sia scoppiato un vero temporale. Ma la concorrenza non sta a guardare forse un po' meno leale questa volta. Una nuova sala cinematografica sta per aprirsi in via Casalino. Nuova fiammante, accogliente, 500-600 posti e ha pure i...palchi e annessa sala da ballo, figurarsi che rendez-vous. Il proiezionista è il simpaticissimo Rocchino De Gennaro. Ha imparato nella cabina dell'Imbriani.
Ma anche Minguccio non sta a guardare; è tenace e combattivo e va in giro sulla Topolino nera di seconda mano. Ha messo gli occhi su un terreno in fondo a via Lanza. Ci vuole fare un cinema all'aperto: un cine-arena. Si spiana il terreno. Schermo Cinemascope in muratura, nuova cabina di proiezione, nuovo Prevost (questa volta dei tecnici milanesi si può fare a meno), nuove sedie di legno (sempre scomode), 400 posti e zanzare tante. Si inaugura il giugno del '57, alle 20.00 (non c'è ancora l'ora legale). Film: “La vera storia di Glenn Miller”, con J. Stewart e J. Allison. Tanta buona musica jazz su stereo a 5 piste non si era mai vista né sentita. Se si potesse fermare il film del cinema Imbriani, io lo fermerei qui, in questo fermo immagine: una domenica pomeriggio-sera del giugno '58. Il cinema ha aperto alle 14.00. Sullo schermo un film storico con Errol Flynn. Sale gremite di ragazzi. Alle 20.00 l'Arena manda “L'amore è una cosa meravigliosa” (W. Holden. J. Jones) per buone famiglie e fidanzati in regola. La Topolino nera è sempre lì. Lo stesso Tornatore nel raccontare “Nuovo Cinema Paradiso” si ferma nello stesso periodo storico. Facile per lui ripiegare sulla love story tra Totò e Elena che col cinema non c'azzecca niente e meno male che c'è Morricone. Alfredo non c'è più perchè anche il Cinema sta lentamente decadendo, come il cinema Imbriani. Finiti gli anni '60 e le commedie all'italiana, anch'esse sempre più scialbe, tra Decameroni vari e professoresse in caserme costantemente sotto la doccia, il cosiddetto “trash” si autoalimenta sempre più di sesso e violenza. Tra polizia sempre più in…cavolata e...Giovannone dall'arto inferiore sempre più lungo si va inesorabilmente verso il porno più esplicito. Mi basta ricordare che per più di un decennio non c'è stato cinema da noi che per sopravvivere non si sia trasformato in “solo per adulti” o a “luci rosse“ sullo schermo e dal vivo. L'Imbriani, NO! L'uomo del giovedì delle signore e Minguccio, che lo condurrà per mano sino alla definitiva chiusura nel 1986, non lo avrebbero mai permesso.
(3.fine)
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