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Scandali, corruzione e il sogno di Scipione PDF Stampa E-mail
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Scritto da Rocco Dicillo   
Sabato 08 Aprile 2017 10:00
Cicerone accusa CatilinaLe cronache quotidiane ci offrono sistematicamente un quadro sempre più inquietante della società moderna. Scandali pubblici e privati, violenze sulle persone e sull’ambiente,  manomissioni su tutto il sistema socio-politico-economico-culturale, perversioni di ogni genere.
Non c’è ambito in cui tutto questo non accada.  E’ raccapricciante pensare che la corruzione nasca proprio dalla politica che continua a occuparsi di gare e appalti. “Si, La corruzione nasce da qui”, afferma Raffaele Cantone, presidente dell’Autorità anticorruzione, riferendosi  all’ultimo colossale scandalo della Consip, inchiesta tuttora in corso, che riguarda l’assegnazione degli appalti della Pubblica Amministrazione da due miliardi e settecentomila euro, come risulterebbe dalle irregolarità che emergono dagli atti relativi.
Sembra che l’Italia sia una delle nazioni più corrotte, pur convenendo con Eugenio Scalfari che “In realtà la corruzione c’è dovunque, in tutto il mondo. E ovunque ci sono associazioni che campano sulla corruzione propria e altrui, le mafie e le clientele paramafiose… Siamo arrivati al punto che settori dello Stato sono corrotti e questo è il massimo della corruzione” (La Repubblica del 13/3/2017).
Tra i tanti fatti di corruzione più recenti nel mondo, il Corriere della sera del 12 marzo 2017 riporta quello avvenuto in Brasile, “nazione dilaniata da una lunga crisi e su cui si allunga l’ombra di un nuovo, enorme scandalo”, quello della società edile Odebrecht che “negli ultimi vent’anni avrebbe unto a suon di mazzette i funzionari di ben dodici Paesi”.
Più grave ancora appare la notizia che il titolare della suddetta società, Marcelo ODebrecht, avrebbe donato quarantacinque milioni di euro per la campagna elettorale di Michel Temer, l’attuale capo di stato, il quale recentemente pare sia stato assalito da misteriose furie vendicative di una Nemesi implacabile.    
“Il potere logora soprattutto chi è costretto a vivere in un palazzo di incubi e fantasmi”, osserva l’autore dell’articolo sul Corriere. Infatti, il presidente Temer ai primi di marzo è stato costretto ad abbandonare la residenza ufficiale, il Palacio da Alvorada, facendo in fretta e furia le valige insieme  alla giovane sposa Marcela.
Non sappiamo se i due siano fuggiti perché tormentati dall’incubo di “una strana energia” all’interno del palazzo presidenziale, com’essi angosciati hanno confessato, oppure se oppressi da sensi di colpa. Ma il caso rimane emblematico. Ed è augurabile che la stessa “strana energia” possa tormentare la coscienza di tutti  i corrotti e corruttori politici del mondo e avviarli sulla strada della conversione.
La corruzione e la corsa ad accaparrarsi, “iure an iniurie”, i più ricchi, i più ampi e immeritati privilegi è certamente il male assoluto che affligge la società italiana ma, come ho annotato più sopra, siffatti mali sono endemici in tutte le società.
Mi sono chiesto se sarà mai possibile trovare un rimedio a questi mali che portano all’estremo impoverimento dei più, all’arricchimento illimitato dei pochi e alla decadenza di intere nazioni, come recentemente sta accadendo, tra l’altro, anche in Venezuela, paese ricchissimo di risorse naturali, nel quale, riferiscono i mezzi di comunicazione e qualche amico di provvisorio ritorno dal Venezuela, in questi ultimi giorni vengono a mancare gli alimenti più necessari. Perfino il pane.   
Sinceramente, sono spesso tentato da una sottile vena di pessimismo. Perfino san Paolo avverte il suo discepolo Timoteo: “…Devi anche sapere che negli ultimi tempi verranno momenti difficili. Gli uomini saranno egoisti, amanti del denaro, vanitosi, orgogliosi, bestemmiatori, ingrati, senza religione, sleali…traditori, sfrontati…: guardati da costoro!” (2^ lettera a Timoteo).
Poiché lo scorrere del tempo è implacabile e non è mai ultimativo, sono indotto a pensare che l’ondata del male finirà per travolgere come uno tsunami la povera umanità, spogliata ogni giorno di più dei suoi più alti valori in nome di un progresso falso e illusorio, fondato essenzialmente sui beni materiali del denaro, del successo e dei piaceri goderecci e mondani.
“La nostra, scrive il prof. Daniele Giancane sulla rivista quadrimestrale dei poeti della Vallisa, è una società in cui dilaga la degenerazione morale e politica, in cui i politici vivono costantemente nella corruzione, nella spartizione dei posti di potere, nei privilegi più assurdi… l’Italia, in particolare, è diventata un coacervo di corruzione… corriamo verso la catastrofe… mi chiedo se il mondo in cui viviamo non sia giunto a una età terminale”.
Oscura previsione contenuta soltanto da naturale bonarietà e da una sapiente serenità che evita al poeta Giancane facili quanto ipocrite costernazioni.
Uno spiraglio di conforto mi perviene solo dalla promessa fatta da Gesù ai suoi discepoli di tutti i tempi: “Non vi lascerò mai soli!”. Ci aiuta, come insegna papa Francesco nel discorso della giornata di Milano del 25 marzo u.s., a trovare “spiragli di possibilità nell’impossibilità”.
D’altra parte, questa visione angosciante del degenerare della storia umana risale ai tempi più lontani, fin dalla storia della creazione, da Adamo ed Eva, da Abele e Caino. In seguito, profeti, scrittori, pensatori ricchi di umanità si sono adoperati fino ai giorni nostri di scrutare i tempi per trarne spiragli di migliore  auspicio.
Tra costoro  annovero uno dei più grandi e versatili pensatori e scrittori romani: Marco Tullio Cicerone, vissuto nel secondo secolo a.C. Oltre che al Foro, in cui eccelse con le sue indimenticabili orazioni, si dedicò con passione ai problemi della società, dello Stato nei loro aspetti socio-etico-politico-culturali.    
Celebre il suo trattato della Repubblica, in sei libri. Si tratta di un’opera  in cui attraverso un ampio dialogo tra personaggi insigni, lo scrittore espone il suo pensiero intorno allo Stato ideale che intravede nel sistema costituzionale della Repubblica romana, contemperato, in osservanza della “concordia ordinum”, da una forma mista di monarchia, aristocrazia, democrazia, a garanzia di un governo stabile.
Il sesto libro costituisce quasi un’appendice di tutta l’opera, anche se appare come a sé stante.  E’ intitolato “Somnium Scipionis”: il Sogno di Scipione. Sotto la finzione di un sogno l’autore descrive la sede dei beati riservata ai benemeriti della patria, nell’eterna armonia delle sfere celesti. E’ in sintonia con le ansie e le aspettative dei tempi ed è tutta protesa nella descrizione di un uomo politico ideale per il governo dello Stato.
Il protagonista del lungo dialogo è Publio Cornelio Scipione Emiliano, detto Africano minore. Era figlio di Lucio Emilio Paolo Macedonico, adottato poi dal figlio di Publio Cornelio Scipione Africano. Condusse vittoriosamente a termine la terza guerra punica, con la distruzione di Cartagine.
L’Emiliano, racconta di aver avuto un lungo colloquio durante una splendida cena con Massinissa, re della Numidia, amico della famiglia degli Scipioni. Molto si parlò tra loro del grande Publio Cornelio Scipione Africano, definito dal re “Uomo eccezionale e davvero invitto”. Al termine del colloquio l’Emiliano, stanco,  si ritirò finalmente nella sua stanza per riposare, colto da profondo sonno.  
Ed ecco che durante il sonno gli appare in visione il grande Africano. “Accade infatti, spiega l’Emiliano, che generalmente i nostri pensieri e le conversazioni producano durante il sonno proprio ciò di cui si è parlato e discusso intensamente”.
Discorrendo dei problemi della patria, l’Africano, apparso in sogno, a un certo punto ammonisce l’Emiliano: ”Perché tu sia più sollecito nel difendere lo Stato, tieni a mente che per tutti coloro che avranno custodito, aiutato, ingrandito la patria, è assicurato in cielo un posto ben preciso, dove godranno eterna felicità. A quel sommo dio che regge tutto l’universo nulla è più gradito, di ciò che accade sulla terra, delle unioni e aggregazioni umane, fondate sul diritto, chiamate città: tutti coloro che le guidano e le difendono, partiti dal cielo qui ritorneranno”.
All’Emiliano , rimasto attonito, l’Africano aggiunge: “Gli uomini sono stati infatti generati allo scopo di proteggere quel globo, chiamato terra, che vedi al centro di questo tempio celeste… Non smettere mai di tenere fisso lo sguardo alle sfere celesti e di disprezzare le cose umane!....Per chi vanta dei meriti verso la patria si apre come un sentiero verso il cielo. Per coloro, invece - continua l’Africano - che si sono dati ai piaceri del corpo e se ne sono fatti quasi schiavi, violando le leggi divine e umane, le loro anime, abbandonato il corpo, continueranno a girovagare intorno alla terra e non torneranno in questo luogo se non dopo aver subito atroci sofferenze per molti secoli”.
Penso che questo avvertimento possa estendersi anche ai tempi nostri, verso coloro, corruttori pubblici o privati, che non si curano di difendere il nostro pianeta dalle infinite forme di inquinamento, preoccupati soltanto di trarne vantaggi economici.
Nella finzione del sogno di Emiliano lo scrittore romano M. T. Cicerone espone le sue profonde convinzioni che nella vita politica lo indussero ad avversare  implacabilmente i corruttori e coloro che miravano alla distruzione delle libertà repubblicane.
Tra costoro ricordo, elettivamente, tre: Gaio Verre, propretore della Sicilia, Cornelio Catilina, “uomo di grande vigore intellettuale e fisico, ma d'indole malvagia e corrotta” e Marco Antonio,  che tentò di  trasformare la repubblica in una monarchia di stampo orientale, tanto da subire da parte del Senato la “Damnatio memoriae”.
Contro di loro Cicerone recitò in Senato tre famose orazioni articolate in più parti o “actiones”: contro Verre, in difesa dei provinciali siciliani gravemente depredati dal furfante propretore, fuggito dal senato dopo la recita della prima “actio”; contro Catilina, politico ambizioso che ridotto alla disperazione a causa dei suoi debiti si era dato a oscure congiure; infine, contro M. Antonio, con le famose Filippiche, orazioni piene di appassionata veemenza.
Ma come solitamente succede agli uomini onesti e appassionati dei valori politici, etici e civili, la lotta contro i politici disonesti finì per destabilizzarlo e portarlo alla rovina. Dopo un anno di esilio causatogli da false accuse e dall’indifferenza dei triumviri, fu abbandonato alle furie vendicative di M. Antonio. Mentre tentava di fuggire verso la Macedonia, fu raggiunto presso Formia dai suoi sicari e sgozzato.
Non succede diversamente ai nostri tempi. Tra le infinite vittime delle vendette dei corruttori basta ricordare i casi emblematici dei giudici Giovanni Falcone,  assassinato con la moglie Francesca Morvillo e tre uomini della scorta, e Paolo Borsellino, ugualmente assassinato  assieme a cinque agenti della sua scorta.
Mi auguro che il Sogno di Scipione, da me evocato in questo articolo, possa offrire ancora oggi una riflessione e un ammonimento per i politici corrotti e collusi con il male affare.
Ma chi legge oggi gli scritti di autori così emeriti? Si leggono poco perfino il Vangelo e altri nobili scritti sacri e profani.
Il Sogno di Scipione rimarrà forse per sempre, accanto alle aspirazioni di tanti cittadini onesti,  un anelito soffocato nell’avanzare dell’umanità verso “gli ultimi tempi”? .


 

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